Cammino. Come cento, mille, altre volte, affido il tragitto ai miei passi. Nel mentre, dentro di me, macino pensieri. Come il personaggio di una favola per bambini semino tracce di inquietudini che si perdono tra le erbacce che popolano i margini delle strade.
Anch’io figlio del margine, cresciuto al limitare di un paese in equilibrio su una valle abitata da pastori e contadini che non ho mai conosciuto.
Anch’io sconosciuto che vaga come un fantasma tra stradine che si popolano di silenzi e abbandoni. Pochi e stanchi gli sguardi che s’affacciano da dietro i vetri. Non interrogano neanché più. Cammino e, nel frattempo, compio la mia rivoluzione che è un vagare trasognato tra case che puntellano il cielo e vecchie scritte scolorite.
Anche i volti ormai sono sfumati. Resta il ricordo di un’impresa di poco conto (una bevuta pantagruelica, una rissa, un raccolto che sfida l’ordinario) e per questo impastata con il sublime che è nella terra. In ciò che si perde costantemente e che svanisce senza lasciare traccia, come il ronzio di una mosca, come il rumore di una pietra che rotola da un muretto in frantumi.
Di tanto in tanto mi fermo davanti alla soglia di una casa. Ne invoco l’abitante, ma niente. La porta è sbarrata e io vorrei sfondarla, inondare le stanze di vento, spazzare via le muffe dalle pareti e l’odore di abbandono dalle vecchie assi.
Dentro di me nutro ancora la speranza di una risposta, di una voce che mi dica: “ecco, sono tornato. Ho rischiato di perdermi, ma alla fine ce l’ho fatta”. Ciononostante, so che le possibilità sono poche e forse la pretesa stessa inopportuna. Colpa del destino, di chi altri?
Potevamo nascere sulla terra ferma e invece siamo venuti alla luce su una zattera sballottata in tutte le direzioni, dove ad certo punto l’unica opzione possibile era mettersi in salvo. Cos’altro fare ? ribellarsi ? a quale pro?
Marco Marasco, detto Marcusisc, la sua controrivoluzione, durata il tempo di un proclama, l’aveva inseguita come si insegue al risveglio il sogno, infine reale, del paese della cuccagna. Confidando nella promessa di una distribuzione delle ricchezze dei nemici del trono, che durante i moti del 1848 avevano patteggiato in favore dei rivoluzionari, Marcuvisc si era impossato del bestiame appartenente al signore di un paese vicino. Una volta condotte in altura le mandrie, nei pressi della Fonte dell’Ortica, felice come un bambino per l’impresa compiuta, l’uomo aveva dispensato regali e poi affidato tutto ai figli a mo’ di eredità: “Io a mandra vi l’haju hatta, mo , si va sapiti tenire è dda vostra”. Di lì a poco però, giustizia fu fatta e le vacche ritornarono nelle mani del vecchio proprietario. Chiuso il cerchio, la miseria ancora più nera tornò a bussare alla porta del Marasco e dei suoi eredi.
E di Marasco, di sognatori sconfitti, di imprese solo accennate. Delle loro epopee perse nel tempo ne è pieno il paese. Come voci sospese giacciono dentro le mura crepate di queste case che ho davanti e a cui nessuno chiede più nulla. Se non forse il tempo, predatore affamato di umane vicende.
Antonio Tallarico



